tu, eterno «outsider».

La vera arte è dove nessuno se lo aspetta, dove nessuno ci pensa né pronuncia il suo
nome. L’arte è soprattutto visione e la visione, molte volte, non ha nulla in comune con
l’intelligenza né con la logica delle idee.

Jean Dubuffet.

Quando l’arte “irregolare” esce dai ghetti dei manicomi e viene considerata arte con la “A” maiuscola ci troviamo di fronte a una straordinaria rivoluzione dei canoni estetici, in cui viene “legalizzata” un’arte spontanea e senza pretese: Welcome Art Brut.
Uno dei più importanti luoghi dell’arte “irregolare” è la collezione dell’Art brut di Losanna, nel castello di Beaulieu, che raccoglie più di 5.000 opere realizzate da quasi 500 autori. La collezione ha preso avvio nel 1945 dalla ricerca condotta dal pittore francese Jean Dubuffet di opere al di fuori dei circuiti culturali e delle tendenze di moda, in gran parte provenienti da atelier psichiatrici, da svariate situazioni di emarginazione e da ambienti esoterici. Definì questo tipo di esperienza spontanea e incontrollata un’arte bruta e grezza, con una predilezione per la forza gestuale e i liberi istinti creativi, e contemporaneamente iniziò a collezionare disegni di bambini e malati di mente, dipingendo lui stesso quadri simili, dando avvio al movimento che conosciamo tutt’ora come Art brut, di cui ne fu non solo l’estimatore ma anche il capofila.
Gli artisti che Dubuffet incontra, visitando gli ospedali psichiatrici e le prigioni svizzere e francesi, vivono isolati e creano le loro opere con ogni sorta di materiale, spesso fabbricando loro stessi i propri strumenti e la loro arte non è destinata ad essere diffusa, per questo è caratterizzata da un linguaggio interno difficilmente decifrabile ma di grande espressività. Dubuffet riconosce la produzione artistica di persone emarginate, alienate e lontane dai condizionamenti culturali. Ma in fondo l’artista non è sempre stato un ousider, estraneo ai canoni stabiliti dalla società, del buongusto e delle norme estetiche convenzionali? Molti di loro entravano e uscivano da ospedali psichiatrici, proprio per il loro essere anticonformisti. Perché essere artisti non significa solo vendere e far parlare di sé. I più grandi esponenti nel campo dell’arte visiva (e non solo) sono stati riconosciuti troppo tardi, e non è certo un caso. Rompere con le tradizioni non è facile e spesso solo con il senno di poi si può ri-valutare l’esperienza, guardando l’intero percorso artistico e non unicamente all’atto straniante e rivoluzionario. Il merito di Jean Dubuffet è stato proprio quello di vedere oltre, oltre una facciata di malattia e di “lavori effettuati da persone indenni di cultura artistica” e scoprire in esse delle preziose produzioni, forse addirittura superiori a quelle dei cosiddetti “professionisti”. Perché l’arte è espressione di un’emozione e non mera riproduzione senza sentimento. E proprio qui, fuori dalle regole e dall’ambiente accademico, in luoghi dove non si credeva possibile trovare un’anima artistica, sono state confinate e pressoché ignorate per lunghi anni opere straordinarie; fino alla scoperta di un interesse nei loro confronti non solo a livello terapeutico e di ricerca, ma anche artistico.



Dall’Art brut si è passati in tempi più recenti ai prodotti dell’arte Outsider (termine coniato nel 1972 dal critico d’arte inglese Roger Cardinal), in cui, proprio come nel mondo della moda – dove avviene spesso che prodotti di strada sono presi a modello da stilisti e brand famosi – si è assistito a forme, a volte estreme, di commercializzazione di prodotti ispirati a ciò che un tempo era definita “arte malata”. L’arte si unisce alla malattia e al disagio ed ora, in questa sua nuova forma, debutta nelle gallerie e nei palcoscenici urbani e viene apprezzata anche dai chi – come i critici, il pubblico e il mercato artistico – un tempo la disprezzava.



The real art is where nobody expects it, where no one thinks or speaks his name. The art is above vision and vision, many times, has nothing in common with the intelligence nor the logic of ideas.

Jean Dubuffet.

When “irregular” art come out of the ghettos asylums and is considered an art with capital “A” we are faced with an extraordinary revolution in aesthetics, which is “legalized” spontaneous art and unpretentious: Welcome Art Brut.
One of the most important places of the art “irregular” is the collection of Art Brut in Lausanne, in the castle of Beaulieu, which includes more than 5,000 works by nearly 500 authors. The collection was launched in 1945 by research conducted by the French painter Jean Dubuffet’s works outside the circuits of cultural and fashion trends, mostly from psychiatric workshop, by various situations of marginalization and esoteric circles. He called this type of experience spontaneous, uncontrolled art brute and rough, with a predilection for the strength and sign free creative instincts, and simultaneously began collecting drawings of children and the mentally ill, like paintings depicting himself, triggering the movement still we know as Art Brut, of which he himself was not only the estimator but also the leader.
The artists met Dubuffet, visiting prisons and psychiatric hospitals in Switzerland and France, live isolated lives and create their works with all sorts of materials, often by manufacturing their own their own tools and their art is not intended to be widespread, so is characterized by an internal language difficult to decipher but very expressive. Dubuffet recognizes the artistic production of the marginalized, alienated and distant from cultural conditioning. But ultimately the artist was not always a ousider, alien to the fees established by society, of good taste and conventional aesthetic standards? Many of them came in and out of psychiatric hospitals, for their right to be nonconformists. Why be an artist means not only sell and be talked about. The greatest leaders in the field of visual art (and others) have been recognized too late, and it is certainly a case. Breaking with tradition is not easy and often only with hindsight you can re-evaluate the experience, watching the entire artistic and not only upon alienating and revolutionary. The merit of Jean Dubuffet was precisely to see beyond, beyond the facade of the disease and of “works made by people free of artistic culture” and find in them the valuable productions, maybe even better than the so-called “professionals”. Because art is an expression of emotion and not a mere reproduction without feeling. And right here, outside the rules and academic circles, in places where no one believed possible to find an artistic soul, were confined almost ignored for long years and extraordinary works, until the discovery of an interest in them not only to level medical and scientific but also artistic.



From Art Brut has moved more recently to the products in which Outsider art (Coined in 1972 by the English art critic Roger Cardinal), just like in the fashion world – which happens often that street products are considered a model for famous designers and brands – has seen forms, sometimes extreme, the marketing of products inspired by what was once called “art sick”. The art is combined with disease and discomfort, and now, in his new form, debuted in tunnels and urban stages and is appreciated by those who – as critics, audiences and the art market – once despised.

S.

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