Surrealismo Pop.

L’ARTE dopo gli anni Sessanta.

L’arte Lowbrow nasce in California alla fine degli anni ’70, con epicentro a Los Angeles _ conosciuta anche col nome di Pop Surrealism (anche se esistono tra le due correnti delle lievi differenze) _ e affonda le sue radici nella cultura underground, nell’arte pop, nei graffiti, nell’iconografia gotica e punk, nel linguaggio dei comics e dei cartoon: universi grafici rivisitati e spesso mescolati alle atmosfere del surrealismo e al mondo ludico dell’infanzia.
Ne esce un prodotto dal gusto lievemente kitsch, con atmosfere gotiche e una tendenza verso il macabro o il sarcastico. Oppure, in altre declinazioni, si ritrovano gli accenti grafici dei primi cartoon americani. In entrambi i casi, l’artigianato, la tecnica e la manualità fanno da padroni.
Robert Williams e Gary Panter, disegnatori di fumetti underground, sono i primi protagonisti del movimento, che fin dai suoi inizi si struttura in modo estremamente eterogeneo. Sarà proprio Williams a rendere ufficiale il movimento alla fine degli anni ’90, creando la rivista Juxtapoz.
Tra gli esponenti di punta troviamo senza dubbio Mark Ryden, Ray Caesar (londinese di nascita ma da quarant’anni a Toronto), Camille Rose Garcia, Gary Baseman, ma sono solo alcuni dei molti rappresentanti della Lowbrow Art americana. Va sottolineato che da qualche tempo, soprattutto nell’ultimo decennio, anche in Italia e in Europa, più in generale, si cominciano ad organizzare mostre ed iniziative attorno a questo fenomeno, che sembra interessare una fascia di estimatori sempre più vasta. Merito non solo all’ampia diffusione di internet e quindi alla velocità con cui viaggiano le immagini, ma anche all’enorme pubblicità e “fidelizzazione” di celebrity d’oltre-ocenano del cinema e della musica, divenute assidue collezioniste e sostenitrici, e in qualche caso “muse” dei loro tanto amati artisti.
Tra i talenti Made in Italy abbiamo Nicoletta Ceccoli, una straordinaria illustratrice sanmarinese molto apprezzata dal pubblico, che negli ultimi anni ha virato il suo stile verso atmosfere inconfondibilmente pop surrealiste.
C’è chi lo identifica come una rivincita della pittura figurativa su Astrattismo e Arte Concettuale, chi come una rivalsa delle arti minori su quelle accademiche. Sembra insomma che il Surrealismo Pop si sia affrancato al sistema dell’Arte Contemporanea quasi come un “vendicatore mascherato”.
L’etichetta lowbrow, scelto da Williams per definire il movimento, prende le distanze dall’arte fatta «da e per» l’élite, ed è volutamente auto-denigratoria e nasce in opposizione all’aggettivo “highbrow”: cultura alta, intellettuale. L’arte lowbrow, quindi, è un’arte alternativa, di nicchia, volutamente estranea ai circuiti del mercato dell’arte “ufficiale”, e come tale si struttura in modo estremamente eterogeneo, con l’adesione indiscriminata di fumettisti, illustratori, digital artist, pittori, scultori, decoratori, tatuatori, writer, in genere autodidatti e spesso di straordinaria abilità, ma del tutto tagliati fuori dai comuni circuiti dell’arte ufficiale. La stessa definizione “a basso profilo” che Williams stesso ha dato al suo lavoro e a quello degli artisti che orbitavano attorno a lui, doveva essere inizialmente provvisoria, ma rimase in uso proprio perché questa bizzarra forma d’arte non cercava né l’appoggio né il consenso della critica accademica. Si pone in tutto il mondo come la corrente culturale più attuale, rendendoci partecipi di una piccola ma significativa rivoluzione, scardinando finalmente il concetto di arte “contemporanea”, dichiarandola semplicemente «contemporanea agli anni ’70, quindi ormai passata».
Alla Lowbrow Art si deve riconoscere un indubbio carattere popolare, la capacità di parlare un linguaggio facile e comprensibile, l’abilità e l’inventiva nell’usare materiali semplici e non convenzionali, giungendo a dipingere su auto, moto, biciclette, oggetti d’uso comune (forse addirittura un richiamo al più “colto” Dadaismo?) che si trasformano così in “opera d’arte”: l’uso del colore brillante e vivace, del tratto eccessivo e fantasioso, i temi favolistici e surreali, figurativi, infantilistici e spesso quasi caricaturali, sono elementi comuni che contribuiscono a fare della Lowbrow Art un movimento tra i più giovani e vitali dell’arte contemporanea internazionale, espressione semplice ed immediata di un discorso volto alle persone più diverse.
Forse la manifestazione più affine alla Lowbrow Art si può rintracciare nell’Arte Underground, nata negli anni ’60, espressione non allineata con la cultura ufficiale, anticonformista, trasgressiva, sicuramente più finalizzata e provocatoria di quest’ultima, con risvolti politico-intellettualistici e scopi più marcatamente, seppure genericamente, di carattere sociale. Nella Lowbrow Art prevale l’indirizzo giocoso, umoristico e satirico, come si conviene ad un fenomeno sotanzialmente folkloristico e di costume, anche se in alcuni artisti l’ironia si mixa con perversioni, ossessioni e paura. Come il caso di Ray Caesar, dove le sue opere, tutte digitali e profondamente visionarie, traggono ispirazione dalla sua atroce esperienza lavorativa, durata ben 17 anni, presso il dipartimento d’Arte e Fotografia dell’Ospedale pediatrico di Toronto: qui si occupava di documentare, con le sue fotografie, le vittime di abusi e violenze, malformazioni genetiche, ricostruzioni chirurghiche e gli esperimenti sugli animali. L’intera sua opera è il frutto di questa esperienza.
Gli storici dell’arte e soprattutto il mercato tendono a semplificare la portata di tale fenomeno, riducendo anche la distinzione tra Lowbrow art e Pop Surrealism alle sole caratteristiche della tecnica e ai contenuti dell’immaginario fiabesco. A seguito di questa sua ecletticità di fondo, dei suoi confini poco definiti e dell’apertura “democratica” verso artisti poco conosciuti, ne viene messa in dubbio l’attribuzione artistica, essendo un movimento privo di una base teorica costruita e articolata e costituito piuttosto da un misto di artigianato, tecnica e manualità, campi tradizionalmente estranei all’arte “vera e propria”; senza contare che mancano a tutt’oggi saggi e scritti critici sul movimento. Fin troppo riduttivo, a mio avviso, e anche un errore, ridurre al figurativo la portata del fenomeno. Come dire: Mark Ryden, Ray Caesar e Nicoletta Ceccoli sono da considerarsi pop surrealisti perché hanno una tecnica pittorica verosimile e atmosfere fantastiche; mentre Gary Baseman, Camille Rose Garcia ecc. non lo sono perché hanno un segno più stilizzato e troppo cartoon. Diversamente, si potrebbe invece cogliere che la Lowbrow art sia piuttosto rimasta vincolata alle tematiche che hanno influenzato la corrente alla sua nascita, e che il Surrealismo Pop sia l’attitudine a rappresentare un immaginario e una realtà che hanno a che fare con inconscio e preconscio, più che con lo stato cosciente.
Mentre il Surrealismo di Dalì, Ernst e del movimento fondato da André Breton nel 1924 a Parigi proiettava dall’inconscio personale immagini oniriche, sensazioni e moti dell’anima, il Pop Surrealismo si rende più comprensibile servendosi di icone e immagini affermate nell’inconscio collettivo. Nel riprodurre figure antropomorfe attraenti quanto inquietanti guarda alla dimenticata parentela dell’umano con gli animali, nell’interpretare una natura reale (o inventata) riprende i nostri bisogni e istinti animali, si rivolge così a sentimento e immaginazione schivando il filtro della ragione e dipinge l’impossibile con perizia di particolari, simboli o tratti infantili, utilizzando immaginari che rientrano nella sfera del fantastico. È dunque un’arte capace di rappresentare con estrema lucidità la sovrapposizione tra fiction e realtà che vive l’Occidente in questi anni, ritraendo con visionario realismo la percezione alterata che ha di sé e della realtà l’individuo contemporaneo. E ciò basterebbe per renderla un’Arte (con la “A” maiuscola) davvero “contemporanea”.

Mark Ryden.










Ray Caesar.




Gary Baseman.









Camille Rose Garcia.





Nicoletta Ceccoli.










A questi straordinari e talentuosi artisti sarebbe opportuno, a mio avviso, integrare un’ulteriore personalità enigmatica e poliedrica, un fuori classe. Mi riferisco a Tim Burton.

(Timothy William Burton) è un regista, sceneggiatore, produttore cinematografico, animatore e disegnatore statunitense. Noto per essere tra i registi di riferimento di un particolarissimo cinema dalle ambientazioni gotiche e fiabesche e caratterizzato da uno straordinario talento creativo.
Di fronte a una sua mostra, i disegni, le sculture e le fotografie potrebbero sembrare l’omaggio alla carriera di un cineasta, una sorta di «making of» del dietro le quinte, cioè materiali collaterali, idee buttate su carta, bozzetti preparatori o schizzi d’occasione.
Nulla di più sbagliato. Possiamo sostenere esattamente il contrario. Tim Burton è cresciuto disegnando. A diciott’anni si iscrisse al California Institute of the Arts e maturò nel contesto del nascente Pop Surrealism, movimento artistico imbevuto di cultura popolare (fumetti, pubblicità, grafica, B movies, cartoni animati, pubblicità). Nelle sue prime opere si avvertono echi di autori di fumetti e di illustratori come Charles Addams, Edward Gorey, Maurice Sendak e dell’inglese Ronald Searle, ma fin dal principio la sua personalità emerge prepotente, al di là e al di fuori di ogni modello, espressiva di un personalissimo punto di vista, e dando prova di una duttilità tecnica sorprendente: matita, china, acquerello, pastelli a cera, pittura a olio, polaroid trattate, scultura modellata e/o assemblata. Non c’è tecnica figurativa cui Burton non si sia applicato con sorprendenti risultati.
Ecco perché sarebbe totalmente erroneo ed estremamente riduttivo definirlo solo un regista, perché è a tutti gli effetti un artista completo, a tutto tondo, a 360°.
Questi nuovi talenti reinterpretano la cultura che ci circonda, in una continua contaminazione di generi e linguaggi. E forse è proprio questo che li rende singolari.
Arte digitale, tradizionale, fotografia, illustrazione… ma anche grandi passioni per il design, la moda e la pubblicità. In una parola, contemporaneità.

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